Gli sPArpagliati scendono in campo

Gli sPArpagliati, movimento nato per dare voce a tutti coloro che hanno lasciato la propria terra per sparpagliarsi in giro per l’Italia ed il mondo, si schiera al nostro fianco perché anche l’Italia adotti una legge che garantisca il diritto di voto del cittadino in mobilità.
Siamo in tanti, siamo in tantissimi e non possono continuare ad ignorarci, ed anche se cercheranno si farlo  ben presto si renderanno conto che non possono perché troveremo il modo di dimostrarglielo!
Stay tuned, the battle is going on!

Di seguito il comunicato stampa degli sPArpagliati e un articolo della sPArpagliata Flavia Virga

Gli sparPAgliati, studenti e lavoratori palermitani fuori sede, hanno deciso di perorare la causa del Comitato IOVOTOFUORISEDE, con l’obiettivo di garantire a tutti gli studenti fuori sede il diritto al voto, anche se distanti dalla propria sezione elettorale.

Riteniamo che per garantire “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (come previsto dall’articolo 3 della Costituzione) si possano utilizzare anche in Italia modalità efficienti e poco dispendiose, da tempo adottate in molti Paesi dell’Unione europea .

In Italia sono 286.353 gli studenti attualmente iscritti in università di regioni diverse dalla propria. In totale, il 19,28% di tutti gli studenti universitari studia fuori dalla propria regione. Inoltre, il 20,88% di studenti residenti in Sicilia sono iscritti in atenei non siciliani e il 12,16% degli studenti palermitani studia lontano dalla propria regione. Questi cittadini, ad oggi, sono costretti a far ritorno a casa per ogni competizione elettorale, con costi privati notevoli da sopportare. In particolare, gli studenti palermitani, a causa della limitata contiguità territoriale, soffrono maggiormente questo problema.

Per questi motivi, gli sparPAgliati sostengono il Comitato IOVOTOFUORISEDE e invitano tutti a firmare la petizione e a sostenere la proposta di legge, presentata lo scorso dicembre ed in discussione al Senato.

Perché il nostro diritto al voto non si può sparPAgliare.

Gli sparPAgliati

fonte: http://sparpagliati.com/2012/05/25/comunicato-stampa-iovotofuorisede/

Vivere fuori sede è una scelta, votare fuori sede è un diritto

di Flavia Virga
fonte: http://sparpagliati.com/2012/05/25/vivere-fuori-sede-e-una-scelta-votare-fuori-sede-e-un-diritto/

Maggio 2011. Le televisione non parlava d’altro che di quel fantomatico referendum che si sarebbe tenuto un mese dopo, il 12 e il 13 Giugno. Nella frenesia dello studio, avevo comunque trovato il tempo di preparare il mio bagaglio di convinzioni, era necessario solo prenotare il volo, tornare a Palermo ed esercitare il mio diritto di voto. Tutto nella norma direte, ma forse pochi altri di voi avranno già azionato quel fantomatico meccanismo che funziona più o meno così: Voto —> Aereo/ Treno —> Prezzi dei biglietti esorbitanti  —> Tempo tolto ai propri impegni —> Rassegnazione. Fatta eccezione per l’ultimo step di questo ragionamento, anche io nello scorso Maggio stavo per gettare le armi. Stavo, appunto.

È bastato davvero poco, è bastato googlare ”Votare Fuori Sede” per essere piacevolmente sorpresa da un’ iniziativa che parlava di me, anzi di noi sparpagliati. Scruto, vaglio le varie ipotesi, tento di capire se dietro c’è l’ interesse di un partito, provo ad individuare l’incipit di questo movimento, ed ecco la soluzione: www.iovotofuorisede.it. Il 12 Giugno ho esercitato, pur essendo ancora residente  a Palermo il mio diritto di voto a Roma, non sto farneticando. È stato infatti,  possibile, come del resto ammesso alla luce di quanto disposto dall’art.19 della Legge 25 maggio 1970 n.352, farmi delegare come rappresentante di lista. Una volta recata alla costituzione del seggio sabato 11 giugno munita della delega, del certificato elettorale e della carta d’identità, ho potuto dichiarare al Presidente di voler esercitare il diritto di voto nello stesso seggio. Chi mi conosce sa bene che non mi sarei fermata ad eseguire gli ordini impartiti da chi più di me era a conoscenza del su descritto escamotage.

Mi resi subito conto, tuttavia, che era un escamotage che valeva solo per il Referendum (poiché in quell’occasione l’Italia è collegio unico senza divisioni in circoscrizioni elettorali) e che per metteva di votare ad un numero molto limitato di persone poiché è previsto un massimo di due rappresentanti di lista per quesito referendario in ogni seggio. Non mi fermai. Volevo capire se effettivamente in Italia fosse possibile votare fuori sede. Ben presto le mie ricerche mi riportarono a confrontarmi con quella lista di primati e esclusività delle quali vanta il nostro paese: L’Italia è l’unica democrazia occidentale che non garantisce il diritto di voto ai “cittadini in mobilità”. Sorvolando sulle varie disquisizioni possibili circa la ratio di suddetta preclusione, ho sin da subito preso atto che qualcuno avesse preso coscienza prima di me di queste triste limite.

Fu così, che mi ritrovai a sponsorizzare l’iniziativa IOVOTOFUORISEDE invitando i miei amici esterrefatti anche loro dalla notizia appena ricevuta, a firmare la petizione online. Notai sin da subito, che i numeri fossero esorbitanti, i firmatari sono oggi quasi diecimila, più di tremila sono iscritti al gruppo e quasi duemila sono i “i mi piace” della pagina di FB.  “No” mi dissi, “devo capire” e ho voluto farlo una volta maturato questo spirito da sparpagliata che vivo quotidianamente. Prima ancora che il nostro Blog fosse online, decisi di contattare Stefano La Barbera che con Benedetto Tagliavia aveva fondato il Comitato IOVOTOFUORISEDE. Mi decisi, forse, nella sola convinzione che anche i fondatori di quel fantomatico comitato, come me, Giorgio e Gianluca avessero deciso un giorno, a Milano nella fattispecie, seduti al tavolo di un bar, di mettere su qualcosa, avessero deciso di farsi sentire. Del resto cosa avrei potuto temere? Semplicemente, non ricevere risposta. La risposta vi fu e si concretizzò in quella che per me non sarebbe potuta essere che la migliore delle scenografie: Palermo. Attraversare quelle strade della Kalsa, scoprire che quel centro storico ha ancora tanto da raccontare, stupirsi per il fatto che ci sia ancora spazio per delle “botteghe”, forse di altri tempi, vivere queste riflessioni con un perfetto sconosciuto con il quale stai provando a vivere l’emozione di alzare la testa, bhè tutto questo vale tutte quelle firme che ancora dobbiamo raccogliere. Con Stefano ci dirigemmo verso il foro Italico e decidemmo di ripetere quei gesti a volte tanto scontati, altre volte – lo abbiamo provato sulle nostre spalle – forieri di grandi idee. Fu così, che ci sedemmo ad un bar, ordinammo e iniziammo quel reciproco racconto il cui epilogo non poteva che essere la medesima esigenza di rendere a questa Italia così bistrattata, la sua dose di partecipazione. Chiesi a Stefano, quindi, aggiornamenti circa la nota petizione, volli  capire di cosa effettivamente stessimo parlando. Stefano mi spiegò subito che in realtà, il percorso è iniziato nel lontano 2008, aggiunse che le risposte da parte delle Istituzioni non furono fattive.

Come sempre, tuttavia, esistono per fortuna, le eccezioni. Appresi così, che il senatore Ceccanti del Pd si spese in prima persona per fare arrivare all’esame della commissione Affari Costituzionali del Senato la sua proposta di legge  che prevedeva il voto per corrispondenza per gli studenti fuori sede. Poco alla volta, le risposte giunsero anche dalle giovanili di Idv che iniziarono a diffondere l’iniziativa. L’attenzione al tema da parte dei partiti si è resa tuttavia, più concreta a referendum avvenuto. Ben presto, infatti, ha avuto vita l’appoggio anche delle giovanili di Futuro e Libertà e della Fgci [Federazione giovanile comunisti italiani], dei Giovani Democratici del PD. Stefano continua ancora oggi a ripetermi che il movimento non può e non deve avere un colore politico. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (art 3 Cost.).

Tutti non alcuni. Spontanea sorse la mia domanda, ma come potrebbe strutturarsi un diritto di voto fuori sede? Di quante leggi avrebbe bisogno un paese come l’Italia, fan della proliferazione normativa? Stefano mi rassicurò subito. In realtà la proposta in questione rientrerebbe nella forma di modifica all’attuale legge elettorale. Mi sorpresi, invece, quando mi spiegò le modalità proposte per l’esercizio del diritto di voto fuori sede. “Il metodo dell’advanced voting” esclamò Stefano. Il metodo del ”voto anticipato”, già previsto ed attuato in Danimarca, prevede che il cittadino fuori sede faccia richiesta di voto nel luogo in cui ha domicilio presso la prefettura di questo con almeno 30gg di anticipo rispetto alla tornata elettorale. La prefettura locale si incarica di predisporre un seggio speciale per tutti i fuori sede che ne hanno fatto richiesta qualche giorno prima dell’election day. Il cittadino fuori sede vota una scheda a riempimento uguale per tutte le circoscrizioni, la imbusta con un sistema di doppia busta e sigillatura. La prefettura si occupa dello smistamento della scheda votata fino al seggio di residenza il quale al suo insediamento inserirà le buste dei fuori sede nella stessa urna elettorale controllando prima l’integrità delle buste. Le schede dei fuori sede vengono scrutinate insieme alle altre ad elezioni concluse.

Così, con pochi seggi speciali aperti in tutta la nazione si eviterebbe il salasso dei rimborsi elettorali, che negli ultimi 5 anni è ammontato a 27 milioni di euro. Inoltre, in Danimarca ha votato fuori sede il 5% della popolazione, “se una percentuale di questo tipo si avverasse anche in Italia staremmo parlando di due milioni e mezzo di voti”. A questo punto della conversazione con amarezza, intuii che il disinteresse manifestato  da parte della classe politica potesse essere motivato solo da una di quelle ragioni machiavelliche che tanto si ostinano a prendere parte nella vita di ogni giorno. “Una legge di questo tipo non assicura nessun ritorno di voti immediati, in quanto mediamente i fuori sede voteranno a sinistra come a destra. Noi fuori sede non siamo identificabili con una parte politica, e la nostra è una questione che sta alla base della partecipazione democratica, è una battaglia per un diritto civile.” Mi confermò il mio interlocutore.  E come ogni battaglia, bisogna combattere per vincerla.

L’ultima notizia riguardante l’iter legislativo risale al 6 dicembre scorso, quando la proposta per l’introduzione dell’ advanced voting è giunta al Senato grazie all’intervento del senatore Pardi (IDV) con il numero S.3054 ed è stata assegnata alla Commissione Affari Costituzionali. Se venisse approvata questa legge ogni cittadino italiano che si trovi fuori dalla propria Regione di residenza potrebbe tranquillamente votare nella Prefettura più vicino a dove si trova domiciliato, facendo semplicemente una richiesta scritta un mese prima delle votazioni.

Si permetterebbe ad oltre 800.000 cittadini italiani fuori sede di votare.

Si risparmierebbero 5,5 milioni di euro l’anno di rimborsi elettorali.

“Nel silenzio generale stiamo realizzando una vera e propria rivoluzione della democrazia.” Continua a ripetere Stefano e ha ragione, ha terribilmente ragione. E’ stato così, in un pomeriggio di Maggio, a Palermo, in quel clima troppo pesante di campagna elettorale che due sparpagliati si sono ritrovati a sorseggiare il loro the con granita in uno dei bar più caratteristici del foro italico. Due sparPAgliati che hanno creduto nella possibilità di potere dare vita ad una rivoluzione entrando in punta di piedi, ognuno con le proprie pretese, ognuno col proprio entusiasmo, ma con la consapevolezza che avere scelto di vivere fuori sede, non può e non deve significare sacrificare lo strumento di partecipazione che a noi cittadini è posto a presidio della Democrazia, quello del voto.