Intervista uscita sulla “Repubblica degli stagisti”

fonte: http://www.repubblicadeglistagisti.it/article/stefano-la-barbera-io-voto-fuori-sede-da-una-e-mail-a-montecitorio

Stefano La Barbera: «Con delle semplici mail ci siamo fatti sentire in Parlamento. E in risposta abbiamo ottenuto quattro proposte di legge»

Stefano La Barbera, 29 anni, originario di Palermo, è uno degli ideatori della petizione per il voto agli studenti fuori sede. È laureato in ingegneria elettronica al Politecnico di Torino e attualmente vive a Bologna, dove lavora come consulente per una società di servizi per l’ingegneria con un contratto a tempo indeterminato. La Repubblica degli Stagisti ha fatto il punto con lui sui 300mila studenti fuori sede (e non solo) per i quali ad ogni tornata elettorale è difficile, se non impossile, esercitare il diritto di voto, sulle proposte di legge elaborate da alcuni parlamentari italiani e sui buoni esempi dall’estero.

Come nasce l’idea della petizione?
Nella maniera più casuale: poco prima delle elezioni politiche del 2008, discutendo al bar con un’amica francese. Si stupì che noi non potessimo votare fuori sede perché lei, pur essendo in Italia come Erasmus, non perdeva di certo il suo diritto in quanto in Francia c’è la possibilità di voto per chi è anche solo temporaneamente all’estero, come nel suo caso. Così, dopo aver appurato su Internet che praticamente l’Italia è l’unica democrazia occidentale che non garantisce il diritto di voto al cittadino in mobilità, spinti dalla rabbia, decidemmo di lanciare una raccolta firme online per sollevare il problema presso l’opinione pubblica.
Secondo i dati Miur, gli studenti universitari fuori sede sono il 21,38% del totale, pari a 286mila.  Eppure prima di voi nessuno aveva preso in considerazione la questione voto. Perché, secondo te, questo disinteresse?
Per scarsa capacità di comprendere la realtà e leggere le esigenze della società da parte di chi dovrebbe farlo a livello istituzionale: parlo non solo dei partiti ma anche delle associazioni universitarie che di queste problematiche dovrebbero essere i primi recettori. E del ministero dell’Interno, che ha uffici e funzionari preposti allo studio dei meccanismi e all’organizzazione del voto. Eppure uno studio della Banca d’Italia del 2010 afferma che ci sono circa 140mila lavoratori residenti nel meridione che lavorano al centro-nord. Con la precarizzazione del mondo del lavoro e il mutamento di tipologia della migrazione sud-nord – sono sempre più i lavoratori specializzati che migrano al nord per cercare lavoro è aumentato il fenomeno del pendolarismo di lungo raggio. La popolazione si è adeguata a questo ma la nostra democrazia no.
Dal 2009 a oggi sono state presentate quattro proposte di legge, il presidente della Camera e quello della Repubblica hanno risposto alle vostre lettere. E poi?
Di risposte fattive, poche. Con alcune rilevanti eccezioni: il senatore Ceccanti del Pd si è speso in prima persona per fare arrivare all’esame della commissione Affari Costituzionali del Senato la sua proposta di legge che prevede il voto per corrispondenza per gli studenti fuori sede. Inoltre le giovanili di Idv hanno diffuso l’iniziativa sia all’interno del partito sia mettendo sul loro sito il banner della nostra petizione. Ma è sopratutto dopo il referendum che è cresciuta l’attenzione al tema da parte degli altri partiti e sono arrivati l’appoggio anche delle giovanili di Futuro e Libertà e della Fgci [Federazione giovanile comunisti italiani] e una proposta di legge del senatore dell’Udc Roberto Occhiuto per il voto dei fuori sede ai referendum.
In Rete avete ottenuto oltre 9mila firmatari per la petizione, più di 3mila iscritti al gruppo e quasi 2mila “mi piace” alla pagina Facebook. Anche la campagna per il voto ai referendum ha avuto un forte seguito. Ve lo aspettavate?
A dire la verità quando scrivemmo tre anni fa la petizione non avremmo mai pensato di ottenere in così poco tempo un disegno di legge in Senato da parte del senatore Ceccanti.Tuttavia ci siamo subito resi conto dalla risposta della Rete che il nostro non era un problema di pochi, e approfondendo abbiamo scoperto che invece è quantitativamente molto rilevante, parliamo di circa 800mila persone che si trovano lontani dal loro luogo di residenza. E sono calcoli per difetto!
Le proposte dei parlamentari vanno dalla possibilità di voto nella stessa circoscrizione dell’università di appartenenza al voto per corrispondenza, fino a ulteriori sconti sui biglietti ferroviari, aerei e marittimi. Ma nessuna vi entusiasma: perché?
La metodologia proposta da Ceccanti del voto per corrispondenza presenta due pecche. In primo luogo limita questa possibilità agli studenti universitari escludendo così tutti gli altri cittadini che si trovano nelle stesse condizioni, discriminando tra un cittadino e un altro in maniera forse incostituzionale. In secondo luogo il voto per corrispondenza è un voto non presidiato, ma esercitato nella propria abitazione privata. Ciò non garantisce la libertà del voto espresso che è imposta invece dalla nostra Costituzione, e purtroppo questi timori manifestati da alcuni costituzionalisti si sono avverati nel caso del voto estero dove è stato utilizzato questa metodologia, come ci ricordano le cronache delle ingerenze della ‘ndrangheta nell’elezione del senatore Di Girolamo.
All’estero, invece, da tempo sono state adottate diverse soluzioni. È  solo un problema di tipo legislativo?
No, anzi. Dal punto di vista legislativo, è una legge poco complessa da realizzare e che incontra un’approvazione bipartisan. Credo che il motivo sia più banale e triste: una legge di questo tipo non assicura nessun ritorno di voti immediati, in quanto mediamente i fuori sede voteranno a sinistra come a destra. Noi fuori sede non siamo identificabili con una parte politica, e la nostra è una questione che sta alla base della partecipazione democratica, è una battaglia per un diritto civile. Ed è per questo che non è facile trovare politici che diano seguito ad un’azione politica continuativa che porti a casa il risultato e che vadano oltre le semplici parole di approvazione e appoggio dei comunicati stampa.
Il ministro della Gioventù Giorgia Meloni non ha risposto al vostro appello, ma ha elaborato una proposta di legge che equipara l’età dell’elettorato attivo e passivo, che ha iniziato il suo iter in commissione Affari Costituzionali. Qual è il vostro giudizio sulla questione?
Del tutto positivo, poiché pone l’accento sul necessità di una adeguata rappresentanza dei giovani nelle istituzioni. Tuttavia è ininfluente nei riguardi della problematica da noi sollevata. Inoltre non è assicurato che i partiti politici sfruttino la possibilità offerte da una legge di questo tipo per fare entrare forze fresche e giovani in parlamento. Non mi pare che la Camera dei Deputati pulluli di giovani. Invece i fuori sede sono principalmente giovani tra i 18 e i 35 anni, quindi il ministro dovrebbe in primo luogo preoccuparsi di dargli la possibilità di esprimere la propria preferenza. Anche perché senza i loro voti non si capisce come la rappresentanza politica possa cambiare.
Tra i modelli stranieri, l’opzione più attuabile in Italia per voi sarebbe l’advanced voting, sul modello danese. Quali sono i vantaggi di questa proposta?
Il metodo dell’advanced voting prevede il voto presidiato presso seggi speciali istituiti in tutto il Paese un tot di giorni prima delle votazioni ufficiali. Il cittadino che faccia richiesta può votare lì, per cui verrà cancellato dalle liste elettorali del suo seggio di pertinenza e il suo voto verrà spedito attraverso canali interni all’amministrazione governativa alla sede di pertinenza in maniera che venga scrutinato poi insieme agli altri. Così con pochi seggi speciali aperti in tutta la nazione si eviterebbe il salasso dei rimborsi elettorali, che negli ultimi 5 anni è ammontato a 27 milioni di euro. Inoltre, in Danimarca ha votato fuori sede il 5% della popolazione, se una percentuale di questo tipo si avverasse anche in Italia staremmo parlando di due milioni e mezzo di voti…
Le proposte di legge considerano solo gli studenti. Non sarebbe meglio creare un’unica disciplina organica anziché ragionare per categorie?
È quello che chiediamo nello specifico. Non si può continuare a pensare di fare delle leggi per le singole categorie, ciò che ci accomuna evidentemente non è la professione ma il diritto di voto che ogni cittadino ha quando nasce. Inoltre la mancata garanzia del diritto di voto in base ad una discriminazione sulla professione esercitata presenta dei forti profili di incostituzionalità per quel che riguarda l’uguaglianza dei cittadini.
Sembra che la coscienza politica e civile passi sempre più per Internet. Quanto pesa il Web?
Già molto. E in futuro peserà moltissimo. Ma c’è di più: noi abbiamo saltato tutte le gerarchie partitiche e siamo entrati in contatto diretto con i rappresentanti che hanno presentato dei disegni di legge su nostra sollecitazione. Qualcosa di impensabile e irrealizzabile fino a qualche tempo fa se non per persone che avessero i giusti contatti. Con delle semplici mail abbiamo invece raggiunto il Parlamento. Ciò significa rapporto diretto con gli eletti e dunque possibilità massima di trasparenza e controllo. Tutto questo è motivo di grande speranza per il futuro perché, a mio parere, la trasparenza e il controllo sono proprio ciò di cui l’amministrazione delle cosa pubblica difetta nel nostro Paese a tutti i livelli, e questa mancanza mette in pericolo la nostra democrazia.

Chiara Del Priore